Da "L'Unità" del 3 gennaio 2008:
LUTHER BLISSETT
Da calciatore a simbolo di un fenomeno letterario
L'attaccante inglese arrivò in Italia nell'83 per risollevare le sorti di un Milan in discesa. Ma "l'amore" durò poco. Luther sparì. Per rinascere poi come nome collettivo di scrittori.
MALCOM PAGANI
inviato a Londra
mpagani@unita.it
A Milano ricordano la mancanza di grazia, i movimenti goffi, i sogni evaporati in fretta. Arrivò tra fanfare e speranze nell'estate 1983. Il colpo di mercato di un Milan anteberlusconiano, l'attaccante capace di segnare oltre cento reti in Inghilterra, l'uomo che avrebbe risolto ogni problema. Andò diversamente. L'incomprensione reciproca si trasformò in vicolo cieco e il finale fu inglorioso. Prendeva palla e dagli spalti, costante colonna sonora della sua unica stagione italiana, i fischi diventavano cacofonìa. Ripartì tra gli insulti, stipando nella valigia la miseria di cinque gol in trenta partite. L'esperienza lombarda lo tramortì. Il talento scomparve e con esso la nazionale, i soldi, la fama. Lo scherno si fece internazionale. «Luther, miss it», cantavano. Sbaglia anche questo. Non si risollevò, ubbidì, sparì nelle serie minori, prima di rinascere a nuova luce a carriera conclusa. Simbolo dell'effimero. Il collettivo underground, l'opera aperta, l'uno, nessuno e centomila che si celava dietro una delle più interessanti operazioni culturali dell'ultimo ventennio, prese in prestito il suo nome. Luther Blissett, un progetto destrutturante. Obbiettivo i media, il vizioso circolo dell'informazione, la debolezza del sistema. Piovvero beffe, false notizie elevate a scoop, un corto circuito che colpì nel segno e lascio sul terreno più di qualche solone. Luther Blissett esiste davvero. Abita nei sobborghi di Londra, Fantòmas. Là dove la città multiforme diventa paesone ordinato. Monotono. Case a schiera. Due piani e giardino. La metropolitana che scorre a fianco. Cinquant'anni a febbraio, due figli, la stessa moglie di 25 anni fa. L'identità multipla ha l'ovale placido di un immigrato giamaicano di seconda generazione.
Fisico non lontano da quando il professionismo gli dava da vivere, sorriso pieno, doppio maglione e qualche capello bianco. Spunta da un angolo, si sbraccia, indica un anonimo bar, ordina in fretta, inizia a parlare. Un monologo non frenabile. «Ogni uomo può essere Luther Blissett, se solo desidera essere Luther Blissett. Così dicevano, vero? La prima volta che ho sentito parlare di questa storia, non volevo crederci. Pensare che qualcuno, un gruppo o una singola persona, potesse impadronirsi del mio nome, mi sembrava folle. Nella mia vita non ho mai voluto essere nessun altro che me stesso. Poi ho riflettuto e sono stato felice. Era come aver lasciato un segno del mio passaggio, un'impronta, un sasso abbandonato per la strada». Q, il tomo tradotto in più di dieci lingue, il successo internazionale che precedette il "suicidio" dell'avventura letteraria, lo ha letto. L'altrui trionfo non lo ha incattivito. «Come chiedere il copyright a gente che ha fatto dell'abbattimento dello stesso una delle proprie bandiere? In Inghilterra, la legislazione sul tema è diversa rispetto alla vostra ma voi italiani siete gente strana. Un'idea al minuto. Fantasia e ingegno, difficile volervi male». Divora un'omelette di dubbia fattura, trangugia birra, continua. «Sono nato in Giamaica, a Falmouth ma i miei parenti vennero in Inghilterra per lavorare. Trovare soldi per la famiglia era diventato essenziale e al principio del 1963, Londra offriva possibilità straordinarie. Partimmo come fossimo dovuti andare in Russia. Strato su strato, sciarpe e cappelli. L'arrivo fu uno choc. Provi a immaginare i Caraibi. Sole, caldo, mare. Ci ritrovammo al gelo, sotto un cielo ostile, a ricominciare da zero. Notai i cumuli di neve e dissi a papà. "Cos'è questa?". Non l'avevo mai vista. Poi lentamente mi abituai. Giocavo in mezzo alla strada, non sapevo nulla del calcio, meno ancora della tradizione inglese. In due anni colmai il gap. Inizialmente come terzino sinistro. La ragione? nessun altro voleva stare in quel ruolo. Lo stesso destino dei portieri. Poi a 14 anni, mi spostai in attacco». Un'intuizione filosofica. Otto campionati nel Watford, decine di segnature, la convocazione in Nazionale, i tre gol all'esordio col Lussemburgo, uno scudetto perso per un soffio nell'82 e l'aereo per Linate, assecondando l'inattesa piega degli eventi.
Per il fallimento italiano, Lutero non cerca indulgenze. «Se solo fossi capitato in un altro Milan, ogni cosa sarebbe andata diversamente». Storpia il nome di Sacchi, rimpiange il mancato incontro col vate del calcio spettacolo di fine anni '80. «Mi sarebbe piaciuto essere allenato da lui, invece ebbi in sorte Ilario Castagner. In squadra nessuno parlava inglese e a parte Baresi, il ragazzo che ancor oggi rammento con più affetto, mi ritrovai in un isolamento snervante. Mi mancò uno stratega, qualcuno che sapesse elaborare uno straccio di tattica. Che sfidassimo la capolista o l'ultima in classifica, impostavamo la partita sempre nello stesso modo. Mi stancai presto e nella primavera 1984, chiesi di essere ceduto. I soldi sono importanti ma il trucco, la formula per superare la salita che ognuno di noi è chiamato a compiere, è non intristirsi. A Milano stava accadendo e reagii. Non ero affatto scarso, anzi, ma in Italia non mi espressi che al 20% delle mie possibilità. C'era un'aria strana, giravano sciocchezze, dicevano che Farina, il presidente, si fosse confuso». Una delle mille leggende sul suo conto.
Il baffuto Giussy desiderava John Barnes ma avrebbe finito per ingaggiare il calciatore sbagliato. Quandò si intuì che l'affare l'avevano fatto in Inghilterra, Farina lasciò campo alla boutade: «Luther me l'ha consigliato un giardiniere di Londra». Giudizi che non agevolarono il compito. Blissett lo ripaga con la stessa moneta. «Farina era davvero uno strano personaggio. Non dimenticherò mai il nostro primo incontro. Mi convocò a Vicenza, nella sua villa. Una reggia a tre piani, poco fuori città». I quadri, le ceramiche, le statue a grandezza naturale. «Scese da una scala a chiocciola, vestito come un gangster. A petto in fuori, un gessato eccessivo, lucido. Sembravo capitato in un film di Scorsese, a un tratto pensai. "Adesso tira fuori la pistola"». Oggi Blissett ha cambiato sport. «Provai a fare l'allenatore ma le porte dei club più importanti non si aprirono». Allora approdò in ultima serie, tecnico del Chesam United. Un abisso da cui riemerse nell'Aprile 2007. Correre è sempre stata una passione, così Luther dismise scarpini e fischietto, sgonfiò il pallone per trasformarsi in pilota. Col suo team, il 48 motorsport, accarezza un pensiero stupendo. «Voglio partecipare a Le Mans nel 2010. Ho incontrato qualche resistenza ma con l'aiuto di un gruppo di amici, il progetto è più di un'illusione. Servono molti soldi ma non dispero. Conosco le dinamiche di squadra, l'affiatamento, le condizioni di fondo sono quelle della battaglia sociale. Combattiamo da sempre, in fondo». Luther si ferma, ordina un'altra media chiara, fa scivolare qualche rimpianto sottotraccia. Arriva un tifoso, gli fa firmare una maglia ingiallita. Lo abbraccia, lo bacia, scatta due foto. Come eravamo e come non saremo. Mai più.
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Da "L'Unità" del 5 gennaio 2008:
L'EPICA DI LUTHER, IL "BROCCO" CHE ADERÌ AL BLISSETT PROJECT
I Wu Ming dopo l'intervista all'ex calciatore del Milan
Il suo nome, per motivi mai chiariti, venne trasformato
in uno pseudonimo collettivo negli anni Novanta
WU MING 1
Abbiamo letto, noi Wu Ming, l'intervista di Malcom Pagani a Luther Blissett (L'Unità, 3 gennaio 2009), ex-calciatore, "istigatore suo malgrado" del movimento che attraversò e colorò gli anni Novanta. L'abbiamo letta con ammirazione, per l'umanità e lo humour non derisorio con cui Pagani ha trattato l'argomento.
Per Luther avevamo già grande stima, da molti anni seguiamo a distanza le sue vicissitudini, i cattivi giochi a cui ha fatto buon viso.
In italiano c'è un'espressione, semplice ma ricca di connotazioni: "una bella persona". Che è diverso dal dire "brava persona". Un tempo, "bravo" era sinonimo di audace, coraggioso, ma oggi ha perso quel significato. Sei bravo quando fai bene quel che ci si attende da te: uno studente è bravo quando ottiene la sufficienza, un idraulico è bravo quando ripara il guasto. "Brava persona" richiama un'aurea mediocritas, un far bene privo di scosse. Intendiamoci: avercene, di persone brave. Però "bella persona" ha qualcosa in più, uno scarto, un surplus di valutazione etica... e di sorpresa. Si è sempre un po' stupiti di fronte a una bella persona, anche quando la si conosce da anni.
Paolo Piras dice che nello sport la vera epica è quella dei "brocchi". I brocchi sono protagonisti di storie meno scontate e più appassionanti, e rimangono nella memoria quanto e più dei campioni. Si pensi agli affettuosi rimbrotti che ancora si prende Egidio Calloni, ritiratosi nell'82.
La sfortunata stagione in un Milan raccogliticcio ci fa ricordare Blissett come un brocco, ma a casa sua non era affatto scarso. In un'Italia calcistica provinciale, che da pochissimo aveva riaperto le frontiere, Blissett si trovò male. Segnò quasi niente, sbagliò conclusioni facilissime, fu dileggiato e sbertucciato, ma scelse una linea che da noi lo fa sembrare un alieno: zero lamentele. Tornò in Albione senza gloria, ma lasciò in qualcuno una traccia, un'eco di sim-patia ("patire insieme"), di consapevolezza che il flop non fosse tutta colpa sua. Era il 1984.
LO SHOW IN TV
Dieci anni dopo, per motivi mai chiariti (ma forse proprio per vendicarlo), il nome di Luther fu preso in prestito da una congrega di strani figuri e trasformato in pseudonimo collettivo. Andò avanti cinque anni.
E lui, che nel frattempo si era ritirato e faceva il coach, come la prese? Le prime reazioni furono di perplessità, ma poi la cosa lo intrigò, fino all'apoteosi del 2004, quando apparve alla TV inglese, in una puntata dello show Fantasy Football, e non solo spiegò cos'era stato il Blissett Project, ma dichiarò la propria adesione al movimento, leggendo (in italiano) brani dal libro Totò, Peppino e la guerra psichica. Se volete vederlo, cercate su YouTube "Luther Blissett fantasy footballer".
Pensiamo ai calciatori italiani, al conformismo ignorante che quasi tutti mostrano nelle parole e nei comportamenti, e rallegriamoci che ogni tanto appaia non dico un santo pazzoide alla Maradona, ma uno come Blissett, o come Tommasi che in serie A giocava a salario sindacale.
Self-made man strapazzato dalla sorte, Luther non si è mai lasciato andare al risentimento e oggi ricomincia da un'altra passione, la corsa.
Noi lo sapevamo già, che Blissett era una bella persona. Il merito di Pagani è di averlo fatto capire anche agli altri. |